Ex Voto Pirriaturi (Take a picture and bury it all away) è un opera di arte ambientale realizzata all’interno dell’Ente Parco dell’Etna, lungo il sentiero del Monte Cicirello, nei pressi della Casa della Capinera. L’intervento artistico è stato realizzato per il progetto Matre Terra, attuato da Chìaria APS e finanziato da Fondazione Cassa Depositi e Prestiti, nell’ambito di un processo che ha avuto come obiettivo realizzare 5 opere d’arte al posto di discariche abusive. Il progetto è stato realizzato durante una residenza artistica di 45 giorni sull’Etna. Nella realizzazione dell’opera sono stati coinvolti attivamente ragazzi e ragazze richiedenti asilo, rifugiati politici, minori messi alla prova dal Ministero della Giustizia e inseriti nei programmi di inclusione del Consorzio il Nodo di Catania.
“Ho pensato di allestire questo spazio come un luogo rituale, con un pavimento circondato da sedute, una nicchia votiva e una ‘turritta' tipica del paesaggio etneo che fa da quinta scenografica all’intera installazione. Le sedute, in cotto lavico fatto a mano, hanno impresse le impronte delle piante del luogo, delle rocce laviche e miei disegni che richiamano una natura astratta. Dalle sedute si osserva un mio dipinto realizzato su un pavimento in pietra lavica ceramizzata, una forma ellittica che richiama la presenza del magma. E’ un luogo rituale, in particolare per la presenza della nicchia che riprende l’estetica di un piccolo tabernacolo che vedevo fin da bambino all'interno della cappella di famiglia, realizzata da mia nonna". "Ho costruito la nicchia in modo autonomo, con la collaborazione dei partecipanti ai workshop, seguendo i metodi della bioedilizia e consigli raccolti sul posto nei magazzini edili. L’intera opera ha un’estetica abbastanza precaria, perché ho scelto di non avere assistenti qualificati. La decisione è stata maturata gradualmente, volevo che l’opera rispecchiasse le mie reali abilità. Volevo fare il lavoro di mio nonno e mio zio, attraversare questa esperienza personalmente”. "L'opera è dedicata a mia nonna, a mio nonno e mio zio che, come i Pirriaturi etnei, lavoravano la pietra. Loro sono morti a seguito di un incidente sul lavoro e mia nonna dopo questo grande lutto ha fatto realizzare la cappella di famiglia. Gli amici di mio zio portavano spesso oggetti, cartoline, biglietti, fino a riempire completamente il piccolo tabernacolo. Ho ricreato questo spazio nel Parco dell’Etna, in quello che è stato un luogo violato, declinando la mia ricerca nell’ambito dell’arte relazionale attraverso un percorso rivolto alla comunità. Mi piace pensare che i viandanti che passeranno di qui potranno lasciare un oggetto carico di significato, un’azione che si sostituisce a quella di chi prima abbandonava rifiuti. La nicchia oggi accoglie già piccoli oggetti carichi di significato, miei giocattoli e piccole sculture, collocate insieme a manufatti in terracotta che rappresentano dei desideri: sono gli ex voto dei partecipanti ai workshop che ho condotto all’interno del progetto”. “Una parte essenziale del progetto è stato il rapporto con il territorio, in particolare l’esplorazione della natura intorno ai crateri centrali del vulcano, dove ho trovato dei riferimenti formali per realizzare l’opera. Placido, un profondo conoscitore del territorio che ho incontrato durante la residenza, ha ispirato la scelta di realizzare una forma con le pietre laviche. Mi ha accompagnato a Tremestieri Etneo, per farmi comprendere cosa sono le antiche ’turritte’, imponenti architetture rurali realizzate con le pietre laviche derivanti dal dissodamento del suolo per renderlo agricolo. Sulla sommità della struttura era presente la casa colonica, detta ‘a casedda, dove i contadini trovavano riparo. Per settimane ho raccolto faticosamente delle pietre, reperite intorno allo spazio destinato all'opera, proprio come gli antichi contadini etnei, realizzando un piccolissimo agglomerato di rocce laviche con l’intento di creare un riferimento al paesaggio antropico e naturale che osservavo intorno a me”. “Nel paese etneo di Randazzo ho incontrato Maurizio Arcidiacono, maestro terracottaio che mi ha concesso di lavorare negli spazi del suo laboratorio e aiutato costantemente nella produzione dell’opera con preziosi consigli. Il cotto lavico è molto diverso rispetto ad altre lavorazioni che avevo fatto in passato, perché l’argilla è mescolata con l’azolo, una sabbia di origine lavica che rende il materiale meno elastico. Come per altri miei lavori, ho utilizzato il modulo dei mattoni quadrati con incisioni e inserti a bassorilievo, così da rappresentare una natura astratta. I mattoni sono stati utilizzati per comporre i rivestimenti delle 11 sedute. La più grande emozione è stata quella di sperimentare la tecnica della pietra lavica maiolicata, un processo molto complesso che mi ha consentito di dipingere una forma ellittica su una superficie composta da 6 lastre di pietra lavica, poi unite tra loro per comporre il pavimento dell'opera”. "Durante la residenza ho lavorato anche su una parte di documentazione fotografica e video, per fissare alcuni aspetti legati alla pratica degli ex voto sul territorio etneo. In modo particolare è stato molto interessante poter indagare le peculiarità del Santuario di Trecastagni, dove si trova un museo degli ex voto che non conoscevo. Le collezioni sono impressionanti e poco conosciute: dipinti con le scene dei miracoli, dispositivi ortopedici, oggetti, vestiti, parti di corpo realizzate in cera come se fossero piccole sculture. Tutto riporta alla dimensione del desiderio, del dono, della riconoscenza e di una tensione religiosa/socioculturale potentissima”.