La Sabbiera nera è un'opera di arte ambientale realizzata all'interno dell'Ente Parco dell'Etna, lungo il sentiero del Monte Cicirello, nei pressi della Casa della Capinera. L'opera è composta da una grande vasca circolare, che richiama la forma di un cratere vulcanico, e da un tavolo di ricomposizione. La vasca, riempita di terra, azolo grigio e azolo rosso e circondata da rocce laviche, ospita lo scavo; il tavolo è il luogo in cui i reperti trovati possono essere osservati e ricomposti attraverso un sistema di incastri.
L'opera nasce all'interno di Matre Terra, progetto realizzato da Chìaria APS e finanziato dalla Fondazione Cassa Depositi e Prestiti, con l'obiettivo di trasformare cinque luoghi interessati dalla presenza di discariche abusive attraverso la realizzazione di altrettante opere d'arte, oltre alla creazione di un parco di sculture-gioco.
«È una pratica a me molto vicina, perché il mio lavoro è profondamente legato alla dimensione pedagogica.»
La Sabbiera nera è stata realizzata durante una residenza artistica di 45 giorni sull'Etna, attraverso un processo di lavoro collettivo che ha coinvolto ragazze e ragazzi richiedenti asilo, rifugiati politici, minori sottoposti alla messa alla prova dal Ministero della Giustizia e persone inserite nei programmi di inclusione del Consorzio Il Nodo di Catania.
L'idea dell'opera nasce anche dall'esperienza diretta del territorio. Durante le camminate lungo i sentieri dell'Etna, l'artista ha incontrato ripetutamente ossa di animali appartenenti alla fauna del luogo.
«Camminando lungo i sentieri dell'Etna ho rinvenuto continuamente queste ossa vere, di animali del luogo, ho iniziato a raccoglierle senza avere ancora un progetto preciso.»
Da questi ritrovamenti nasce l'idea di costruire un'esperienza di scavo nella quale il reperto reale possa convivere con la sua rappresentazione.Durante i workshop, i partecipanti hanno realizzato ossa in terracotta utilizzando argilla dell'Etna e azolo, una sabbia vulcanica scura e granulosa che caratterizza il paesaggio del vulcano. La stessa materia del luogo entra così nella costruzione di una rappresentazione del corpo.
L'argilla e l'azolo appartengono al territorio da cui provengono anche le ossa ritrovate durante le camminate. La materia del paesaggio viene raccolta, trasformata e utilizzata per costruire la rappresentazione di altri corpi. Reale e rappresentato non sono quindi separati: convivono nella stessa sabbiera e possono essere mescolati durante il gioco. Il gioco consiste nello scavare, trovare e portare i reperti al tavolo di ricomposizione, dove le ossa vere e quelle realizzate in cotto lavico possono essere combinate attraverso un sistema di incastri.
«Il gioco è scavare e poi ricomporre una serie infinita di corpi, ipotesi di corpi vertebrati. Nel gioco la ricomposizione diventa un'esperienza condivisa: bambine e bambini collaborano, confrontano le proprie intuizioni e costruiscono insieme possibili forme di scheletri, senza una soluzione corretta o una forma definitiva. La magia sta proprio nel vedere nascere, attraverso l'incontro tra i diversi frammenti e le diverse immaginazioni, corpi sempre nuovi.»
Non si tratta di ricostruire necessariamente un animale riconoscibile. Le ossa possono dare origine a una serie potenzialmente infinita di combinazioni, a ipotesi di corpi costruite mettendo insieme ciò che è stato trovato e ciò che è stato prodotto.La forma circolare della vasca, inserita nel terreno, sembra quasi affiorare dal paesaggio. Non appare come un oggetto semplicemente collocato nel luogo, ma come una piccola cavità vulcanica che appartiene alla conformazione del terreno.
La sabbia nera dell'Etna diventa così contemporaneamente materia dell'opera, superficie dello scavo e parte del paesaggio. Il tavolo di ricomposizione è costruito con una base in mattoni ricoperta da un impasto di calce, azolo e ossidi neri. La superficie è composta da sei mattoni in maiolica dipinti dall'artista attraverso il proprio linguaggio pittorico, sperimentando la tecnica tradizionale siciliana della pittura su cotto lavico. Per realizzare questa parte dell'opera, l'artista ha lavorato in un laboratorio specializzato di Randazzo, dove vengono lavorati il cotto lavico e la maiolica. È qui che ha potuto apprendere direttamente i saperi e le tecniche legate a queste lavorazioni: i sei mattoni sono stati realizzati a mano e la tecnica della maiolica siciliana è stata appresa e sperimentata all'interno del laboratorio della famiglia Arcidiacono.
Nell'opera le dimensioni ludica e scientifica dello scavo incontrano così l'esperienza della morte. I bambini e le bambine scavano, trovano un osso, lo osservano e provano a capire come possa stare insieme agli altri. La morte non viene rappresentata né spiegata: compare come traccia concreta di qualcosa che è stato vivo.
L'osso vero e quello in terracotta introducono due piani diversi ma inseparabili: da una parte il reperto, dall'altra la sua rappresentazione. Uno appartiene a un corpo che è esistito; l'altro nasce attraverso il gesto umano e può essere moltiplicato, modificato, ricomposto. La Sabbiera nera mette così in gioco un continuo passaggio tra realtà e rappresentazione, natura e artificio, vita e morte. Scavare significa portare alla luce ciò che è nascosto; ricomporre significa invece immaginare una nuova forma a partire da ciò che resta.
Pedagogie della vita e della morte.
Aprile-giugno 2025